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Giovedì 20 Luglio 2017 14:24
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Espulsioni. Procedura d’infrazione contro il Belgio, in risposta alla denuncia di INCA CGIL

La Commissione europea ha lanciato in questi giorni una procedura d’infrazione contro il Belgio (vedi la lettera), per le espulsioni di cittadini dell’Unione europea che hanno perso il lavoro durante il loro soggiorno in Belgio.

È questa, in sintesi, la risposta alla formale denuncia trasmessa dall’INCA CGIL alla Commissione europea nel novembre scorso, cui ha fatto eco pochi giorni dopo l’interpellanza degli eurodeputati verdi, promossa dal deputato belga Philippe Lambert e dalla co-presidente del partito verde europeo Monica Frassoni.

L’accusa è di violazione degli articoli 7 e 14 della Direttiva 2004/38 sul diritto di soggiorno dei cittadini UE e degli articoli 4 e 61 del Regolamento 883/2004 sul coordinamento della sicurezza sociale. Le firme sono quelle della Presidente dell’INCA CGIL Morena Piccinini, del segretario federale del sindacato belga FGTB Jean-François Tamellini, di Anthony Valcke di EU Rights Clinic (una rete europea di giuristi che si batte per i diritti di cittadinanza) e di Ariane Hassid, Presidente di Bruxelles Laïque (una delle più grandi e combattive associazioni belghe per la difesa delle libertà).

"Tanto la nostra denuncia quanto l’interpellanza del Parlamento europeo - spiega Morena Piccinini - prendono spunto dal caso di un lavoratore italiano in Belgio, che si è rivolto ai nostri uffici perché colpito da un ordine di espulsione dopo essere rimasto involontariamente disoccupato".

Il nostro assistito ha lavorato 23 anni in Italia come operaio specializzato. Come molti altri durante la crisi, ha perso il lavoro quando il suo datore ha dichiarato fallimento, e ha quindi cercato, e trovato, una nuova occupazione in Belgio. Ma anche qui, la ditta ha chiuso i battenti dopo solo 8 mesi.

Sulla base del Regolamento europeo 883/2004, e della legge belga sulla disoccupazione, il nostro assistito soddisfa tutte le condizioni per beneficiare dell’indennità di disoccupazione, facendo valere i suoi 23 anni di contributi versati in Italia oltre agli 8 mesi di lavoro in Belgio. Ma con un’interpretazione pretestuosa della Direttiva 2004/38 (art. 7.3), viene espulso neanche sei mesi dopo, adducendo come motivazione che “il suo lungo periodo di inattività dimostra che non ha possibilità reali di trovare un lavoro”.

Cinque mesi di disoccupazione a fronte di quasi 24 anni di lavoro, sono un lungo periodo di inattività? E i contributi versati durante tutta la carriera lavorativa, che fine faranno? Questo lavoratore europeo è stato infatti costretto a rientrare in Italia, disoccupato e senza alcuna indennità di disoccupazione.

Ma questo caso non è che la punta di un iceberg. Oltre ai disoccupati, gli ordini di espulsione dal Belgio riguardano infatti ormai, sistematicamente, anche altre categorie di cittadini, come ad esempio i beneficiari di prestazioni sociali non contributive, e persino lavoratori occupati.

Tra il 2010 e il 2013 sono stati così già espulsi dal Belgio oltre 7000 cittadini UE, almeno il 10% dei quali provenienti, secondo le nostre stime, dall’Italia. Gli altri provengono soprattutto da Romania, Bulgaria, Spagna, Paesi Bassi e Francia.

Basandosi su un'interpretazione restrittiva e à la carte delle regole europee, le autorità belghe considerano tutti questi cittadini “un onere eccessivo per il Paese”.

Il governo belga era stato per questo già messo in mora dalla Commissione europea nel 2013. Ciò nonostante il fenomeno è continuato. Anzi è cresciuto. Negli ultimi 4 anni  le espulsioni di cittadini UE sono aumentate infatti del 700%. I dati in nostro possesso – così come le dichiarazioni del Governo belga di destra che annuncia politiche sempre più restrittive nei confronti dell’immigrazione - lasciano prevedere una crescita ulteriore delle espulsioni anche nel 2014/2015.

Tutto questo sta avvenendo in barba alle norme europee che tutelano il diritto dei cittadini UE, e delle loro famiglie, a soggiornare in qualsiasi altro Stato membro, norme che non possono essere ignorate da un paese per giunta fondatore dell'Unione europea.La direttiva europea sulla libera circolazione (2004/38) stabilisce tutta una serie di diritti conferiti ai cittadini dell’UE, come ad esempio:

> Il diritto di soggiornare nel territorio di un altro Stato membro, senza altra condizione, per i “lavoratori” (7.1)

> La conservazione del diritto anche per i disoccupati che abbiano lavorato almeno 12 mesi (7.3), e in ogni caso finché si continua a cercare un lavoro e si ha possibilità di trovarlo (14.4)

> Il diritto all’assistenza sociale come i cittadini del paese ospitante, senza che questo comporti automaticamente la perdita del diritto di soggiorno (artt. 14.3 e 24)

E il cooordinamento europeo dei sistemi di sicurezza sociale (reg. 883/2004), stabilisce a sua volta una serie di principi di diritto comunitario, il cui scopo è evitare appunto che il lavoratore migrante si trovi – dal punto di vista previdenziale - in una situazione sfavorevole per il solo fatto di aver lavorato in più stati membri. Alla base, il principio della totalizzazione dei periodi (art. 6), in virtù del quale, per fare un esempio, se si è lavorato in Italia e in Belgio, e in quest'ultimo si resta disoccupati, questo paese è obbligato a versare le prestazioni di disoccupazione tenendo conto - senza eccezioni e senza restrizioni - dei periodi di lavoro salariato maturati in entrambi gli stati membri.

Ritenendo plausibili questi nostri argomenti, la Commissione europea ha quindi lanciato una procedura contro il Belgio, pretendeno una risposta entro il 1 aprile. E questa è per noi la buona notizia.

Le autorità dello Stato belga hanno però chiesto, ed ottenuto una proroga di 30 giorni (1 maggio quindi), per esaminare le conclusioni che l’Avvocatura generale della Corte di giustizia europea depositerà nei prossimi giorni, nell’ambito della procedura in corso per un altro caso di espulsione avvenuto in Germania (causa C-67/14 Alimanovic).

E questa non è una buona notizia. Secondo l’INCA CGIL, questa proroga è pretestuosa, per non dire sospetta.

La causa Alimanovich riguarda un caso completamente diverso da quello da noi sollevato. Si tratta, infatti, dell’espulsione di un cittadino - e dei suoi congiunti – entrato in Germania “al solo scopo di cercare un lavoro” e che in questo paese aveva potuto ottenere una una “prestazione sociale non contributiva, finalizzata a garantire la sussistenza e, allo stesso tempo, ad agevolare l’accesso al mercato del lavoro”.

Nulla a che vedere, quindi, con il caso sollevato dall’INCA CGIL, riguardante – come abbiamo detto - un lavoratore che ha fatto valere il prprio diritto alla libera circolazione in quanto titolare di un contratto di lavoro a durata indeterminata, e che aveva aperto un diritto previdenziale, ossia assicurativo, in virtù dei contributi sociali versati in due diversi paesi dell’UE, Italia e Belgio.

Non c’è quindi da sedersi sugli allori. Di concerto con il sindacato belga FGTB, l’INCA CGIL continuerà a tenere sotto osservazione questa palese violazione delle regole europee e a prestare l’assistenza giuridica necessaria ai cittadini italiani ingiustamente colpiti.

(Carlo Caldarini, Marzo 2015)


Per saperne di più:

Denuncia dell'INCA CGIL (in francese)

Interpellanza del Parlamento europeo (in francese)

Risposta della Commissione europea (in francese)


Precedenti articoli a cura dell'Osservatorio:

Espulsioni di cittadini e cittadine europee dal Belgio. Lettera aperta

Espulsioni di cittadini UE dal Belgio. L'INCA CGIL sporge denuncia alla Commissione europea


 
 

 
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