Invecchiamento e crisi dei sistemi pensionistici. L'immigrazione potrebbe essere la soluzione
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Domenica 05 Febbraio 2012 14:51
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    Invecchiamento e crisi dei sistemi pensionistici. L'immigrazione potrebbe essere la soluzione

    Secondo il rapporto Meeting Social Needs in an Ageing Society presentato dalla Commissione europea in occasione del secondo Forum Demografico Europeo (Bruxelles, 24-25 novembre) la percentuale di lavoratori ultrasessantenni in Europa non raggiunge ancora l’obiettivo fissato dal programma di Lisbona per la crescita e l’occupazione (50%), anche se dei progressi importanti sono stati realizzati dopo il 2000.

    L’equilibrio tra le persone in età lavorativa e i pensionati si sta anzi invertendo, poiché la famosa generazione del “baby-boom” sta gradualmente andando in pensione. Durante l’ultimo decennio, il numero di cittadini europei ultrasessantenni è aumentato infatti di circa 1,5 milioni all’anno e nei prossimi 25 anni aumenterà al ritmo di 2 milioni all’anno. La crescita della popolazione in età lavorativa, che rallenta ogni anno, dovrebbe inoltre fermarsi da qui ad un decennio.

    La nota positiva, invece, è che un numero crescente di europei decide di continuare a lavorare nella terza età, invertendo la precedente tendenza al prepensionamento e contribuendo ad alleviare il problema dell'invecchiamento demografico nell'Ue.

    Attualmente, per 1 pensionato vi sono ancora 4 persone in età lavorativa (3 per l’Italia), ma se le tendenze attuali dovessero continuare, questo rapporto diventerà di 1 a 2 nei prossimi 50 anni (1,6 in Italia).

    Le cifre per il 2007 mostrano che, nell’insieme, 50% degli uomini e 40% delle donne oltre i 60 anni di età sono occupati.

    La relazione fa anche il punto sui cambiamenti dei modelli familiari: gli europei si sposano più tardi, il tasso di divorzio continua ad aumentare e il numero di matrimoni tra persone di diverse nazionalità è in continua crescita. Per quanto riguarda la speranza di vita, esistono tuttora differenze importanti tra Est e Ovest dell’UE. Le differenze riguardano particolarmente gli uomini, che vivono in media fino a 65-70 anni negli Stati membri dell’Europa centrale ed orientale, contro i 76 anni degli altri paesi UE.

    La situazione sembra essere peggiore in Bulgaria, Lettonia, Lituania, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia e Slovenia, dove l’emigrazione porterà il rapporto tra popolazione in età lavorativa e pensionati a 1,5, e migliore invece in paesi come Cipro, Danimarca, Irlanda, Lussemburgo e Regno Unito, dove proprio grazie all’immigrazione ci si aspetta una crescita demografica più importante.

    Secondo le previsioni, il Regno Unito diventerebbe il paese europeo più importante in termini di popolazione, con 77 milioni di abitanti, contro 61 oggi. La Germania, che è attualmente la nazione più popolata dell’UE, vedrebbe la sua popolazione diminuire da 82 a 79 milioni di individui, questo fin dal 2035, per cadere a 70,7 milioni nel 2060. In Italia, invece, la popolazione resterebbe stabile, con poco più di 59 milioni di abitanti.

    L’immigrazione potrebbe quindi essa stessa anche fornire soluzioni, come mostra l’esempio britannico. Tuttavia, molti paesi europei si mostrano scettici quanto all’apertura delle loro frontiere ai lavoratori stranieri, come mostrano le negoziazioni attorno al Patto europeo per l’immigrazione e l’asilo.

    (26 novembre 2008)

     

    Per saperne di più:

    Rapporto Meeting Social Needs in an Ageing Society (EN)

    Proiezioni demografiche 2008-2060 (EN)

     

     
     
     

     
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