Nel recente documento d’intesa firmato da governo e sindacati ha avuto grande spazio il tema dei benefici previdenziali da assegnare ai lavoratori che svolgono mansioni usuranti: secondo le stime del ministero del Lavoro la lista di queste mansioni dovrebbe coinvolgere quasi 1,4 milioni di lavoratori con un costo massimo pari a 2,9 miliardi dei 10 preventivati per l’abolizione dello scalone. Una loro corretta definizione è quindi un punto cruciale per la sostenibilità della riforma.
Ma cosa si intende per lavoro usurante? Cosa fanno gli altri paesi? Cosa dice in proposito l’Europa? E l’OCSE?
Una recente ricerca dell’Università di Venezia, condotta da Agar Brugiavini, Jacopo Canello e Stefano Marchiante, cerca di dare delle risposte a queste domande, ripercorrendo il cammino del dibattito, tuttora in corso in Italia e in Europa, attorno alla definizione di “lavoro usurante”. Dall’analisi emerge, soprattutto nel caso italiano, una certa ambiguità terminologica, legata anche alla carenza di studi empirici a riguardo, ambiguità che i ricercatori hanno cercato di sciogliere mettendo a fuoco tre dimensioni del problema: limitazioni nell’attività quotidiana, insorgenza di malattie croniche e disagi di natura psicologica.
( luglio 2007)
Per saperne di più:
- Una definizione di lavoro usurante [Tratto da www.lavoce.info]
- Il lavoro usurante nel sistema previdenziale italiano: spunti per una proposta di individuazione su base empirica  |